
A cura di Manuela Moschin
La Pietà (1575-1576) opera di Tiziano Vecellio, conservata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia (Pieve di Cadore, 1488/1490- Venezia, 27 agosto 1576) è considerata l’ultima sua opera. Risulta infatti che era stata ideata per la cappella della Crocifissione nella Basilica dei Frari, luogo in cui l’artista voleva essere sepolto. Si tratta di un capolavoro incompiuto, poiché Tiziano non riuscì a terminarlo per il sopraggiungere della sua morte.
L’ultima opera di Tiziano, un capolavoro incompiuto
L’opera rimase nello studio del pittore, non sarà mai collocata sulla tomba. Fu il pittore Jacopo Palma il Giovane che la custodì fino al 1628 e poi, sempre nella prima metà del Seicento, finì nella chiesa di Sant’Angelo a Venezia, luogo di culto soppresso nel 1807 da un decreto di Napoleone, abbattuto successivamente nel 1837. Il dipinto invece giunse alle Gallerie dell’Accademia nel 1814. L’opera fu terminata da Jacopo Palma il Giovane, come venne riportato nella scritta in basso:
“Quod Titianus inchoatum reliquit / Palma reventer absolvit deoq dicavit opus”
(Ciò che Tiziano lasciò incompiuto, Palma con reverenza portò a termine e dedicò a Dio l’opera).
Quest’ultimo intervenne rifinendo alcuni piccoli dettagli e completando l’angelo, che venne dipinto sopra un altro precedente abbozzato da Tiziano. Il dipinto creato per una sepoltura, si caratterizza per la presenza di diversi dettagli simbolici che alludono al tema della morte.
A seguito della peste del 1576, Tiziano ammalandosi pensò di collocare nell’angolo in basso a destra un ex voto, dove si raffigurò con il figlio Orazio, anch’esso colpito dalla malattia, mentre pregano verso un’altra Pietà. Tutto ciò rende l’opera un testamento spirituale, il figlio infatti morì pochi giorni prima del padre.
La scena, che nell’insieme appare drammatica, è costituita da vari elementi che la rendono suggestiva. Il sacrificio di Cristo e della Resurrezione è stato rappresentato sullo sfondo di una nicchia mosaicata, dove si trova un pellicano che colpisce con il becco il suo petto per nutrire con il proprio sangue i suoi piccoli.
Ai lati del catino absidale vi sono le statue di Mosè e di una Sibilla Ellespontica posti sopra i basamenti con teste leonine. Al centro la Vergine sorregge il corpo morto del Cristo, mentre Maddalena allarga le braccia disperata. Come Michelangelo nella sua Pietà, anche Tiziano si volle autoritrarre raffigurandosi nel vecchio che si inginocchia in veste di Nicodemo, di Giuseppe d’Arimatea o di San Gerolamo.
Simbolismo e tecnica pittorica nella Pietà di Tiziano
Per quanto riguarda la tecnica pittorica si può notare che le pennellate sono rapide e imprecise, caratteristica che si può individuare nelle sue ultime opere, costituite da colori cupi e impastati, la cui luce tenebrosa rende l’atmosfera tetra e dolorosa. Invece, il chiarore proveniente dalla fiaccola sorretta dall’angelo è simbolo di speranza.
L’articolo è stato scritto per il sito La voce di Venezia Clicca qui per il link La Voce di Venezia

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Sono Manuela Moschin, scrittrice, nata a Venezia-Mestre e attualmente vivo e lavoro in provincia di Venezia. Ho conseguito la laurea in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, indirizzo Storia dell’Arte. La mia opera prima è “ātman”. Nel mese di maggio 2022 alcuni miei scritti sono stati selezionati per “Risveglio”, un’antologia a cura di Storie di Libri, mentre nel settembre dello stesso anno ho pubblicato il saggio “Le Metamorfosi di Ovidio nell’arte”, Espera Edizioni. Nel mese di marzo 2023 ho pubblicato assieme a mia madre Mirella Alberti, deceduta, la raccolta di poesie “Un giglio bianco al 4910” a cura di Storie di Libri. Collaboro in linea diretta con storiedilibri.com e diverse testate online. Dalla mia passione per le materie umanistiche nasce il blog librarte.eu, contenitore di articoli di storia dell’arte e recensioni di libri.